I portabandiera della green economy danno numeri precisi: il 30% delle piccale e medie imprese italiane sia investendo in questo settore, così centrale da produrre almeno l milione di posti di lavoro entro il 2015. Non solo, la green economy sarà fondamentale per uscire dalla crisi, generare nuovo reddito, prospettive, costruire il futuro. Lo ha detto anche BarackObama quando è stato eletto presidente degli Stati Uniti nel 2008. E lo ha ribadito l'Unione Europea che con il famoso pacchetto 20/20/20%: prevede che entro il 2020 gli Stati membri debbano consumare almeno il 20% di energia generata da fonti rinnovabili, facendo efficienza per un altro 20% sul totale. Un criterio che in Italia affermano non solo i verdi, ma anche società di consulenza, a partire dalla McKinsey, istituzioni e persino Unioncamere, la federazione delle Camere di commercio italíane. Proprio quest'ultima, insieme con la Fondazione Symbola presieduta da Ermete Realacci (fondatore e per tanti anni leader di Legambiente) ha realizzato una corposa ricerca nella quale stima le magnifiche sorti progressive della new economy. Si intitola Greenltaly, un'idei di futuro per affrontare la crisi.
Un nuovo Rinascimento?
Leggendola, viene in mente l’
Amleto di Shakespeare: «Vi sono più cose tra cielo e terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia». Ma bisogna credere a tutto ciò? La green economy sarà davvero una nuova occasione di sviluppo oppure si tramuterà nell'ennesima bolla? Il Mondo ha cercato di capirlo con l'aiuto di alcuni esperti, mettendo a confronto opinioni opposte.
Come detto, dalla ricerca di Unioncamere e Symbola risulta che il 30% delle pmi puntano su scelte connesse a vario titolo alla green economy, con una percentuale che sale nelle imprese che esportano (33,6%), che sono cresciute economicamente anche nel 2009 (41,2%), che hanno elevato la qualità dei loro prodotti (44,3%). Secondo Greenltaly, le figure professionali coinvolte attraversano tutti i settori con picchi oltre il 50% tra i legislatori, dirigent e imprenditori e più ancora (60,4%) tra artigiani, operai specializzati e agri coltori. «Considerando i ritmi di crescita delle assunzioni green, che solo nel 2009 sono state 200 mila, si può stimare nei pross i i anni tra nuova occupazione e riqualificazione dell'esistente almeno 1 milione di posti di lavoro», si legge nel testo. La tesi è che il 38,1% delle assunzioni fatte dalle aziende italiane nel biennio 2008-2009 riguardi figure riconducibili alla green economy rispetto al 37,1% del 2006-2007.
Per Ermete Realacci, «la crisi va colta come una grande occasione di cambiamento, un'opportunità per affrontare le questioni aperte da tempo». E questo il senso della green economy, «intesa non solo come insieme delle attività direttamente connesse alle questioni ambientali, a cominciare da quella dei mutamenti climatici e degli impegni assunti dall'Italia in sede mondiale ed europea», prosegue il fondatore di Legambiente. «Già non sarebbe poco. Basti pensare all'enorme sviluppo che, finalmente, stanno avendo le fonti rinnovabili. Una crescita che deve ora confrontarsi e cimentarsi con la necessità di avviare il peino ingresso nel mercato, di rafforzare la componente italiana della filiera, di garantire maggior protagonismo anche a livello internazionale del nostro Paese e delle sue imprese anche in progetti ambiziosi come quello di Desertec, che prevede investimenti per 300 miliardi di euro nella sponda sud del Mediterraneo nel campo delle fonti rinnovabili». Ma che cosa è la green economy? Nella ricerca di Symbola e Unioncamere viene data la definizione più estesa possibile: «L'insieme delle attività produttive che ruotano attorno alle fonti rinnovabili, al trasporto pulito e all'efficienza energetica». Purché abbiano «un modello di business fondato su criteri di ecosostenibilità». Un punto centrale della ricerca è che «la green economy può far crescere ancora di più un valore economico molto importante per le imprese manifatturiere. Basti pensare a tutta la filiera del legno e dell'arredo, se coniugata a criteri di ecosostenibilità comunicati adeguatamente può consentire uno sviluppo delle aziende del settore. Una strategia che rappresenta, di fatto, l'unica salvezza del made in Italy». Realacci fa l'esempio della filiera del vino. «Nel 1986 c'è stata crisi del settore provocata dalle morti da etanolo. Le vendite sono crollate. Dopo 25 anni, produciamo il 40% in meno di vino rispetto ad allora, ma con un valore che, tenuto conto dell'inflazione, è cinque volte tanto. Merito della maggiore qualità, che è inseparabile dalla ecosostenibilità, requisito fondamentale per mantenere vitigni che producono poi vino di alto livello». Lo studio ritiene che l'energia eolica sia molto promettente: si stima che nei prossimi anni, nel mondo, avrà un incremento, in media, del 22%. Meno competitiva è valutata l'energia solare che «potrebbe avere maggiori potenzialità di crescita se il costo dei pannelli fotovoltaici, come si prevede, si abbasserà». Greenltaly, però, omette un dato di fatto essenziale: le energie rinnovabili si diffondono perché sono pesantemente sostenute da incentivi statali finanziati con i soldi dei contribuenti. Senza contributi e incentivi, gli impianti eolici e i pannelli fotovoltaici costerebbero assai più di quanto rendono.
Il partito degli scettici
È proprio l'inefficienza economica degli investimenti dello Stato a fu alzare le sopracciglia degli economisti c]ell'Istituto Bruno Leoni, think tank neoliberista guidato dai giovani economisti Alberto Mngardi (classe 1981, direttore generale) e Carlo Stagnaro (classe 1977, direttore del centro studi). Il punto di vista dell'istituto tende anche a mettere in dubbio l'effettiva sussistenza e importanza dei grandi cambiamenti climatici previsti dagli ambientalisti e dai leader politici. In una ricerca intitolata
Are Green Jobs Real Jobs? The case of Italy (
PDF), Carlo Stagnaro e Luciano Lavecchia hanno messo a confronto l'efficacia occupazionale degli investimenti statali in due comparti della green economy (eolico e solare fotovoltaico) con uguali ipotetici investimenti in generico comparti dell'economia. La ricerca ha portato all'elaborazione di tre scenari: ottimistico, pessimistico e medio. In tutti e tre, l'investimento in green economy risulta disastroso. Nello scenario ottimistico un posto di lavoro creato con gli investimenti in energia eolica sarebbe diventato quattro posti di lavoro se gli stessi investimenti fossero stati fatti in attività generiche. Nel caso dell'energia solare-fotovoltaca posti sono addirittura sei. Nello scenario pessimistico il rapporto è di 1 a 11 per l'eolico e 1 a 10,5 per il solare fotovoltaico. «I propagandisti della green economy non tengono conto della bassa densità di occupazione delle energie rinnovabili», spiega Stagnaro, che sostiene di aver basato il lavoro «sulle stime esistenti, che sono peraltro molto generose dal punto di vista del conteggio dell'economia indotta». Per il giovane studioso, «poiché 1 euro investito in queste forme di energia deve per forza essere prelevato da altri settori dell'economia, dal punto di vista occupazionale si produce addirittura un danno, perché si sottraggono risorse da ambiti ad alta intensità di occupazione per trasferirle in ambiti a bassa intensità. Un ragionamento analogo si può fare con la presunta funzione di stimolo all'economia che avrebbe l'investimento in queste energie». Secondo Stagnaro ci sarebbe «troppa enfasi retorica sul tema, che talvolta porta lontano dai fatti. E fa dimenticare che i medesimi obiettivi di ecosostenibilità si potrebbero raggiungere con azioni più razionali ed economiche, in direzione, per esempio, dell'efficienza energetica. Ci sono modulatori di tensione che sono in grado di fare risparmiare molta energia sprecata inutilmente da condizionatori ed elettrodomestici di vario tipo. Per non parlare dei motori di ultima gestione per i macchinari e gli elettrodome stici, più costosi ma assai pii efficienti dal punto di vista del consumo. Questi motori non hanno bisogno di alcun incentivo statale, perché il risparmio energetico ripaga ampiamente e rapidamente il differenziale di prezzo d'acquisto. E poi ci sono sistemi che oramai sembrano banalma non lo sono affatto, come i doppi vetri alle finestre». Per Stagnaro «gli incentivi dello Stato alle energie alternative o rinnovabili non sono da abolire totalmente. Ma devono diventare molto blandi e non discriminatori: se l'obiettivo è di ridurre le emissioni di CO2, il risultato va raggiunto indipendentemente dallo strumento, in modo da favorire l'affermazione dei sistemi realmente più efficienti».
Chi ha ragione?
Tirando le somme, chi ha ragione? Per Marzio Galeotti, docente di Economia dell'ambiente e dell'energia alla Statale di Milano, «indubbiamente nell'esposizione +l certi fatti talvolta si pecca di eccesso di retorica e di trionfalismo. Ma comunque, il trend in favore delle energie rinnovabili e della green economy in generale è innegabile». Per Galeotti, questa tendenza sarebbe sostenuta dall'effettiva necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento di energia per non inquinare e per dipendere meno dal petrolio, ma anche dal fatto, contingente, che la green economy è stata usata da molti Stati come occasione per varare pacchetti di stimolo all'economia. «Giganti come Cina e Corea hanno deciso dì investire diversi miliardi di euro in queste tecnologie. Per le imprese fornitrici rappresentano eccellenti occasioni di business. E in generale il sistema Italia non può stare indietro». Galeotti ritiene che le obiezioni dell'Istituto Bruno Leoni siano semplicistiche e ideologiche. «Dire che non ci sono prove dei mutamenti climatici è una provocazione. Le prove ci sono eccome. E ridurre tutto al costa troppo significa essere miopi. E poi ci sono effetti positivi di lungo periodo che non vengono considerati dai calcoli del Bruno Leoni, come la riduzione della dipendenza energetica da fonti fossili e da paesi come l'Algeria e la Russia». Galeotti dà ragione ai colleghi/rivali su un solo punto: «bisogna lavorare di più sull'efficienza energetica, che viene colpevolmente trascurata».
Da
Il Mondo, 19-26 novembre 2010